2/24/2008

Il "sacro" e l'arte - per Emilio Villa

A dispetto di una dolorosa sciatalgia che mi rende quasi invalido, ho passato un fine settimana molto mosso. Venerdì una conversazione pubblica in cui ho imparato tante cose, a Parma, con Gea Casolaro e Simona Vinci (titolo "italian beauty"). Sabato un'esperienza davvero emozionante: la mostra a Reggio Emilia, che ho visitato durante l'allestimento con l'amico Claudio Parmiggiani, che l'ha curata e progettata, dal titolo Emilio Villa poeta e scrittore. Non solo i suoi manoscritti, traduzioni della Bibbia comprese, ma alcune opere degli artisti con cui ha condiviso passioni fervide, da Burri a Rothko, da Capogrossi a Manzoni, da Pollock a Matta, Sam Francis, Cy Twombly ecc. Andateci, c'è tempo fino ai primi di aprile. Alcune impressioni le ho scritte a caldo in un pezzo un po' frettoloso che uscirà sull'Unità domani, a corredo del bellissimo testo di Claudio Parmiggiani che appare nel catalogo della mostra. Ecco il mio:

Ho visto sabato a Reggio Emilia una delle mostre più belle della mia vita. E' nella chiesa dei gesuiti di San Giorgio - chiesa consacrata, anche se nel contenitore lievemente barocco non c'è segno di iconografia cattolica, neppure un Crocefisso. Al suo posto, sull'altare maggiore, si innalza una scultura in ferro di Ettore Colla, un'asta che regge tre ovali che raccolgono luce dall'alto; ai piedi dell'altare, come un libro nero ondulato, due superfici di metallo di Francesco Lo Savio, tra un'opera di Matta e una di Sam Francis. Appena entrati, del resto, la prima cappella a sinistra, tra colonne di marmo bianco di Carrara decorate a rilievo, incornicia una “Superficie” di Giuseppe Capogrossi del 1959, e quella di destra, tra marmi rossastri, un “Concetto spaziale” di Lucio Fontana. Mi volto: sul paramento della porta una grande tela di Corrado Cagli. Cammino sotto le volte, emozionato dalla bellezza di questo allestimento che è in sé una grande opera estetica e liturgica. La seconda cappella sulla sinistra racchiude, tra colonne di marmo nero e decorazioni secentesche, una tela di Jackson Pollock (“Black and Silver III”) e, di fronte, l'opera di Piero Manzoni “Achrome” (1958-59). La terza cappella a sinistra della navata centrale alberga al centro una tela bellissima di Mark Rothko del 1961, bianco, arancione e nero, mentre di fronte al posto della pala d'altare c'è un “Sacco” del 1953 di Alberto Burri. Non è solo il vedere opere amate e intense, ma vederle nella migliore cornice che forse esse abbiano mai avuta. Come si spiega questo miracolo?
Sono opere di alcuni degli artisti affermati, amati, attraversati, negli anni '50 e '60, da un testimone e complice straordinario, “Emilio Villa, poeta e scrittore”, come titola la mostra. Sulle pareti, tra un altare e l'altro, il visitatore legge brani dei testi che Villa scrisse in loro nome e occasione – in un gesto che in realtà li oltrepassa in un'autonoma tensione poetica verbale - raccolti nel 1970 in un volume tanto leggendario quanto, allora, commercialmente fallimentare: Attributi dell'arte odierna 1947/1967, voluto dall'allora editor della Feltrinelli Aldo Tagliaferri. Nello spazio centrale della chiesa e sulle pareti dell'abside, vetrine e bacheche mostrano manoscritti e libri di Emilio Villa, poesie, corrispondenza (con Marcel Duchamp, ad esempio) e le sue preziose traduzioni della Bibbia. Chi sia Emilio Villa (1914-2003) è facile e difficile a dirsi: uno dei più grandi e inafferrabili poeti del secondo Novecento in Italia, sperimentatore babelico e senza requie di linguaggi, un Joyce italiano imbevuto di Ezra Pound, traduttore dell'Odissea e della Bibbia e studioso di lingue mesopotamiche in continuità con le proprie poesie, ispiratore di artisti (come Burri e Nuvolo, ad esempio, con cui condivise passioni e povertà nella Roma dei primi anni '50), colui che spinse Rotella a strappare i manifesti e perseverare nei suoi oggi famosi décollages, a riprova che la città ordinaria fosse già bellezza e già museo. Ma Emilio Villa fu anche ribelle irriducibile nella vita e nelle forme, in una tensione infinita e quasi messianica, fino alla dissipazione. Studi recenti, a partire dalla biografia che gli ha dedicato Aldo Tagliaferri (Il clandestino. Vita e opere di Emilio Villa, DeriveApprodi 2004) approfondiscono la portata della sua opera utopica, intrisa di teologia apofatica e densa di analogie, precoci e attualissime, col “basso materialismo” di Georges Bataille, con cui condivise di certo l'attenzione alle basi antropologiche dell'arte e del sacro. Oltre al ricco catalogo della mostra edito da Mazzotta (con una presentazione di Claudio Parmiggiani), è felicemente oggi in libreria la ristampa, con un secondo volume di inediti, di quegli Attributi all'arte odierna citati sopra (Le Lettere, pp. 463, euro 42). Nel secondo volume, i testi in appendice di Carla Subrizi, Aldo Tagliaferri e Andrea Cortellessa misurano l'entità del lavoro estetico di Emilio Villa, la sua idea di inesauribilità e processualità dell'arte e della poesia, la sua costante avversione verso formule critiche e mercantili che ne addomesticano l'energia, la sua concezione mistica, fino alla dissoluzione, del fare dell'arte.
L'allestimento della mostra di Reggio Emilia, visitabile fino al 6 aprile, dice già tutto questo con perfetta coerenza: la dimensione cultuale, non banalmente culturale, dell'arte e della poesia di Emilio Villa. Ad averla realizzata, come una sola miracolosa opera, è uno dei più grandi e umili artisti contemporanei, Claudio Parmiggiani, già amico devoto di Emilio Villa.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Ricadendo nell’equivoco costituito dall’ambivalenza metafora-metonimia, (così come ce lo spiega Luisa Muraro nel suo "Maglia o uncinetto, inimicizia tra metafora e metonimia", 2004) ho ripensato all’etichetta di Arte sacra e del suo uso pubblico, che spesso pecca di sbilanciarsi in favore di quel versante metaforico, costituito da semplicistici spostamenti di parole e cose: la ‘chiesa’ al posto del ‘museo’, le ‘opere’ al posto delle ‘statue dei santi’ o al posto delle ‘opere antiche’, ormai feticcio. Così non ha senso. Sul versante opposto quello 'metonimico' e cioè di ‘contiguità’, per cui le opere all’interno della chiesa diventano, riprendendo un’espressione cara a Mark Rotko, un ‘volto’, in contiguità al nostro corpo e al corpo della chiesa, originariamente la ‘casa’, prolungamento o annesso delle persone che la vivono. La Chiesa come famiglia e corpo dei credenti, il loro fiato e il loro sangue, quelle opere esposte, 'incrostate della carne degli autori' come dice Merleau Ponty. E non è un caso che molte delle opere esposte, come ad esempio il sacco di Burri, facciano riemergere quel versante che spesso si dice la Chiesa abbia perduto, e che anzi si vede riemergere spesso con la suggestione delle reliquie, che in molti ritengono di cattivo gusto forse, come l’Arte povera.
Con vera meraviglia ho ricordato il "Gesù di Nazareth" (2007) e di come lo stesso Ratzinger non esiti nel rimarcare la metonimicità del Vangelo.
Ho sentito il Papa molto vicino, usava proprio quelle stesse parole della Muraro. Per concludere, la biografia di Emilio Villa, il fatto che questa mostra sia stata allestita per lui, mi sembra più che una grossa mostra una vociante preghiera, alla quale spero di essermi unito, con rispetto e entusiasmo.
Ti ringrazio dello spazio, ho esagerato...
Davide Tedeschini

Anonimo ha detto...

Mi intriga quello che scrivi, fammici pensare - ora è tardi.
B.

Guido ha detto...

Salve prof. Sebaste,

Ho trovato molto emozionante la sua descrizione della mostra " Emilio Villa poeta e scrittore". Bella e giusta (e aggiungo un finalmente!) l'idea di collocare opere di artisti moderni in un luogo sacro. Opere di artisti straordinari che hanno tracciato i percorsi fondamentali dell'arte italiana come Ettore Colla ad esempio. E giusta ed importante soprattutto nell'odierno paesaggio desertico dell’arte contemporanea, privo di ogni sguardo di "religiosità pasoliniana", è un operazione direi di portata rivoluzionaria. Il ripensare ad una liturgia dell'arte, ad una ritualità della fruizione con le sue regole di percorrenza fatte di tempi respiri ed attese, con la dovuta silente e complessa forma di interazione sinestetica, necessaria ad ogni autentica esperienza d’incontro con il sacro. Una scelta forte e d’inusuale coraggio per questi anni dominati solo dalle logiche del profitto. Io ho letto molto poco di Emilio Villa purtroppo, solo un saggio ripubblicato di recente “L’arte dell’uomo primordiale” edito da Abscondita, testo incredibile una vera miniera. Qui Villa avanza una critica diretta alle autorità della storia e dell’antropologia ufficiali, rileggendo i graffiti rupestri e gli utensili del paleolitico non più come meri reperti archeologici ma come esempi autentici e tangibili della nascita dell’arte del principio. Quei graffiti non sono più solo le antiche tracce che ci consentono di studiare i riti magico religiosi che si celebravano in grotte oscure, ma segni consapevoli di prime forme di rappresentazione artistica in tutta la loro intensa espressione. Individua ad esempio nell’invenzione della amigdala un vero e proprio “strumento artistico” scrive a questo proposito Villa:
« Per l’amigdala, se noi parliamo di arte, e cioè di poesia, è proprio nel senso, speciale e testimoniato, secondo il quale la poesia appartiene interamente alla realtà di una doxologia (dal greco doxología, da dóxa, opinione+-logia]. Formula di lode e di glorificazione di Dio.): pura azione manifesta dell’orizzonte dell’essere. L’amigdala certo non è che l’opera, quasi cieca, non è che l’impresa iniziale dell’uomo, la sua iniziativa senza passato; e l’uomo si dichiara, con questa sua interminabile letaniosa pietrosa doxologia, scolpita in schegge dell’omogeneo caos; un inizio di creatura; un semplice, rude inizio: ma che cosa farà l’uomo umano, nei suoi anni a venire, come per un congenito afflato, mitico e rituale, l’atto del suo inizio? ».
Una riflessione che è una domanda, questa di Emilio Villa, che mi ha fatto pensare e mi ha dato molto, e che si ripresenta puntuale ogni qual volta metto mano ad un nuovo dipinto.

Buona giornata. A presto.

Guido D’Angelo

Anonimo ha detto...

grazie, guido, del tuo fervore e della tua testimonianza. sono d'accordo... ci si vede il 14 in accademia (ma leggere "prof", qui sul blog, mi fa impressione: relax, che diamine!). a presto, beppe s.